Settembre riporta milioni di italiani tra banchi, uffici e impegni quotidiani. Stanchezza, difficoltà di concentrazione, irritabilità e alterazioni del sonno possono accompagnare le prime settimane dopo le vacanze. Ma quando si tratta di una normale risposta di adattamento e quando, invece, è opportuno prestare maggiore attenzione? Ne parliamo con il dott. Sandro Mangano, Psicologo con studio a Catania.
La fine dell’estate non coincide soltanto con il ritorno dalle vacanze. Per studenti, famiglie, insegnanti e lavoratori rappresenta un cambiamento significativo dei ritmi quotidiani: tornano sveglie, orari, lezioni, scadenze, responsabilità e richieste di prestazione.
È in questo periodo che si sente spesso parlare di “stress da rientro”, un’espressione entrata nel linguaggio comune per descrivere il disagio che alcune persone sperimentano nel passaggio dalla pausa estiva alla normale routine.
Ma cosa accade realmente? E soprattutto: siamo davanti a un disturbo o a una normale risposta dell’organismo al cambiamento?
Ne abbiamo parlato con il dott. Sandro Mangano, Psicologo, per comprendere il fenomeno oltre le semplificazioni che spesso accompagnano il tema.
Dott. Mangano, lo stress da rientro esiste davvero?
«Esiste certamente una difficoltà di adattamento che alcune persone possono sperimentare dopo un periodo di pausa. Dobbiamo però evitare di trasformare ogni sensazione di stanchezza o demotivazione in una condizione patologica.
Lo stress è prima di tutto una risposta naturale dell’organismo di fronte a richieste, cambiamenti e situazioni che richiedono un adattamento. Durante le vacanze modifichiamo profondamente la nostra quotidianità: cambiano gli orari del sonno, diminuiscono alcuni obblighi, aumentano gli spazi personali e generalmente si riduce la pressione legata alla prestazione.
Quando torniamo a scuola o al lavoro chiediamo al nostro sistema psicofisico di modificare nuovamente questi ritmi. È normale che questa transizione possa richiedere un certo tempo.»
Quali sono i segnali più frequenti?
«Le manifestazioni possono essere diverse da persona a persona. Tra quelle più comuni troviamo stanchezza, irritabilità, difficoltà di concentrazione, sensazione di sovraccarico, minore motivazione e alterazioni del ritmo sonno-veglia.
Possono comparire anche manifestazioni fisiche, come tensione muscolare, cefalea o disturbi gastrointestinali.
Il punto fondamentale, però, non è la presenza occasionale di uno di questi segnali. Dobbiamo valutarne intensità, durata e impatto sulla quotidianità.»
Perché il passaggio dalle vacanze alla routine può essere così impegnativo?
«Il nostro funzionamento beneficia anche di regolarità e prevedibilità. Durante una pausa prolungata costruiamo temporaneamente una routine differente e il nostro organismo si adatta.
Al rientro avviene il processo inverso.
Il problema può emergere soprattutto quando il passaggio è estremamente rapido: la sera prima siamo ancora nei ritmi delle vacanze e la mattina successiva pretendiamo da noi stessi attenzione, produttività e capacità organizzativa ai livelli precedenti.
Non sempre siamo noi a non essere pronti per il rientro: a volte sono i tempi che imponiamo a noi stessi a essere poco realistici.»
Il fenomeno riguarda anche bambini e adolescenti?
«Assolutamente sì, e nel loro caso è necessario prestare particolare attenzione alla modalità con cui il disagio viene espresso.
Un adulto generalmente possiede maggiori strumenti per riconoscere e verbalizzare uno stato di stress. Un bambino o un adolescente può invece comunicarlo attraverso il comportamento.
Possono comparire irritabilità, difficoltà ad addormentarsi, preoccupazione per il ritorno in classe, maggiore chiusura, difficoltà di concentrazione oppure manifestazioni fisiche, come mal di testa o mal di pancia.
Anche in questo caso non bisogna allarmarsi davanti a ogni difficoltà. Il ritorno a scuola è una transizione importante: cambiano gli orari, tornano le richieste didattiche, le valutazioni e le dinamiche relazionali.»
Quindi un ragazzo che non vuole tornare a scuola non sta necessariamente manifestando un problema?
«Esattamente. Dobbiamo evitare sia di patologizzare sia di minimizzare.
Dire semplicemente “non ha voglia di studiare” può impedirci di ascoltare ciò che il ragazzo sta realmente comunicando. Allo stesso tempo, qualche giorno di maggiore fatica non significa necessariamente essere davanti a un problema strutturato.
Bisogna osservare l’andamento nel tempo.
Se il disagio diventa intenso, se compaiono manifestazioni fisiche ricorrenti, forte ansia, importanti alterazioni del sonno, isolamento o un rifiuto persistente dell’ambiente scolastico, allora è opportuno approfondire la situazione.»
Quanto conta il sonno nel rientro a scuola e al lavoro?
«Moltissimo. Durante le vacanze tendiamo frequentemente a modificare gli orari: andiamo a dormire più tardi e ci svegliamo più tardi.
Tornare improvvisamente a una sveglia anticipata significa chiedere all’organismo un nuovo adattamento del ritmo sonno-veglia.
Dormire poco o male può influenzare attenzione, memoria, regolazione emotiva, capacità decisionale e percezione della fatica. Per questo consiglio, quando possibile, di non aspettare il primo giorno di scuola o di lavoro per modificare completamente gli orari.
Una ripresa graduale della regolarità può rendere la transizione meno faticosa.»
E per chi torna al lavoro? Perché a volte bastano pochi giorni per sentirsi nuovamente sotto pressione?
«Perché spesso commettiamo un errore: tentiamo di recuperare tutto immediatamente.
Si rientra e ci si trova davanti email, telefonate, riunioni, scadenze e attività accumulate. Il cervello riceve contemporaneamente numerose richieste che vengono percepite come urgenti.
Questo può generare una sensazione di perdita di controllo.
Una strategia molto semplice è ristabilire una gerarchia delle priorità. Non tutto ciò che troviamo al nostro ritorno ha la stessa urgenza. Organizzare significa anche decidere consapevolmente cosa può aspettare.»
Stress da rientro e burnout sono la stessa cosa?
«No, ed è importante non utilizzare i due termini come sinonimi.
Una temporanea difficoltà nel rientrare nella routine è molto diversa da una condizione derivante da uno stress lavorativo cronico che non è stato adeguatamente gestito.
Il burnout riguarda specificamente il contesto occupazionale ed è associato a elementi come esaurimento, progressivo distacco mentale dal proprio lavoro e riduzione della percezione di efficacia professionale.
Parlare genericamente di burnout dopo tre giorni difficili dal rientro dalle ferie rischia quindi di banalizzare un fenomeno molto più complesso.»
Qual è l’errore più comune che commettiamo a settembre?
«Pretendere di ripartire immediatamente al cento per cento.
Viviamo in una società nella quale anche il recupero sembra dover essere efficiente: dobbiamo riposarci in fretta e poi tornare immediatamente produttivi.
Ma il funzionamento umano non segue necessariamente questa logica.
Adattarsi non significa essere fragili. Significa permettere al nostro sistema di riorganizzarsi rispetto alle nuove richieste ambientali.
Per uno studente può voler dire recuperare progressivamente il ritmo dello studio; per un lavoratore organizzare le priorità; per una famiglia ricostruire orari compatibili con scuola, lavoro e riposo.»
Quali strategie possono aiutare concretamente?
«Partirei da pochi elementi essenziali: regolarità del sonno, organizzazione delle priorità, attività fisica, pause adeguate e obiettivi realistici.
È importante anche non trasformare settembre in una corsa al recupero. Riempire immediatamente l’agenda di impegni può aumentare la percezione di sovraccarico.
E poi c’è un aspetto che spesso trascuriamo: le vacanze finiscono, ma non deve finire la possibilità di avere momenti di recupero.
Il benessere non può essere concentrato esclusivamente in alcune settimane dell’anno.»
Quando, invece, lo stress da rientro merita maggiore attenzione?
«Quando smette di essere una difficoltà transitoria e comincia a interferire significativamente con la quotidianità.
Se dopo il rientro una persona manifesta un disagio intenso e persistente, importanti difficoltà del sonno, ansia marcata, isolamento, perdita significativa della motivazione oppure una crescente difficoltà a svolgere normalmente attività scolastiche, professionali o relazionali, è utile fermarsi e comprendere cosa stia accadendo.
Questo non significa automaticamente trovarsi davanti a un disturbo.
Chiedere un confronto con uno Psicologo significa prima di tutto comprendere il problema, valutarne le caratteristiche e individuare le risorse più appropriate per affrontarlo.»
Settembre può allora diventare anche un’occasione per ripensare la propria routine?
«Credo sia proprio questo il punto più interessante.
Se ogni rientro viene vissuto come qualcosa da sopportare fino alle vacanze successive, forse vale la pena interrogarsi sull’organizzazione della nostra quotidianità.
Il ritorno può diventare un’occasione per capire cosa ci sovraccarica, quali abitudini possiamo modificare e quali spazi di recupero dobbiamo imparare a proteggere.
Non dovremmo chiederci soltanto come tornare rapidamente alla normalità, ma se quella normalità è realmente sostenibile per noi.»
Una risposta fisiologica che non va né banalizzata né patologizzata
La ricerca scientifica conferma che lo stress non è di per sé sinonimo di malattia: rappresenta una risposta dell’organismo alle richieste e alle difficoltà ambientali. Ciò che assume particolare rilevanza è la sua persistenza e la capacità di interferire con il funzionamento quotidiano.
Nel mondo del lavoro, carichi eccessivi, scarso controllo sulle attività e condizioni organizzative problematiche sono riconosciuti tra i fattori di rischio psicosociale. Nel mondo scolastico, invece, il ritorno in classe può rappresentare una fase particolarmente impegnativa per bambini e adolescenti, soprattutto in presenza di cambiamenti, nuove richieste e timori legati all’incertezza.
Il messaggio, quindi, non è quello di considerare settembre un mese inevitabilmente “difficile”, ma di riconoscere il valore dell’adattamento.
Come sottolinea il dott. Mangano, il problema non è avere bisogno di tempo per ripartire. Il vero segnale da osservare è quando, nonostante il passare del tempo, non riusciamo più a ritrovare un equilibrio.