Gli spazi confinati sono tra gli ambienti più pericolosi di tutta la sicurezza sul lavoro. Qui i dispositivi di protezione individuale non sono un accessorio. Molto spesso sono l’ultima cosa che separa un lavoratore da un incidente mortale.
Scegliere il DPI giusto, controllarlo e usarlo nel modo corretto può fare la differenza tra tornare a casa e non farcela, quando si entra in cisterne, serbatoi, vasche interrate o reti fognarie.
In questa guida abbiamo provato ad andare oltre il solito elenco di attrezzature. Vediamo come si scelgono i dispositivi, cosa dice la normativa e quali errori continuano a causare incidenti gravi.
Perché negli spazi confinati i DPI contano così tanto
Un dato aiuta a capire la posta in gioco. Negli incidenti in ambienti confinati la dinamica è quasi sempre la stessa: un operatore perde conoscenza, un collega si getta a soccorrerlo senza protezione e viene sopraffatto a sua volta.
È il cosiddetto effetto a catena, lo scenario più drammatico di tutti.
Il 6 maggio 2024, a Casteldaccia in provincia di Palermo, cinque operai sono morti dentro una rete fognaria proprio così. Le indagini hanno rilevato una concentrazione di idrogeno solforato dieci volte superiore al limite consentito.
Erano entrati senza protezione respiratoria adeguata e senza aver misurato prima l’aria all’interno. Il Comandante provinciale dei Vigili del fuoco di Palermo dichiarò che, con le giuste precauzioni, la tragedia si sarebbe potuta evitare.
Il motivo di tanta pericolosità è semplice. In questi ambienti l’aria può essere letale ancora prima di iniziare a lavorare. Il pericolo non si vede e non si sente.
L’idrogeno solforato, ad esempio, ad alte concentrazioni blocca l’olfatto: toglie a chi lavora anche l’unico campanello d’allarme naturale. Ecco perché qui il DPI non è una formalità.
È lo strumento che protegge la vita mentre tutto il sistema di prevenzione fa il suo lavoro.
Cosa dice la normativa sui DPI in ambienti confinati
Prima di parlare di attrezzature bisogna conoscere le regole. Il D.Lgs. 81/2008 è la cornice generale, con gli articoli 66 e 121 che regolano l’accesso e la gestione dei rischi. Il DPR 177/2011 introduce l’obbligo di qualificazione per imprese e lavoratori autonomi. A questi si è aggiunta la UNI 11958, una norma tecnica che traduce i principi di legge in indicazioni pratiche.
C’è un punto su cui vale la pena fermarsi: come vengono classificati questi dispositivi. Quasi tutti i DPI usati in questi contesti rientrano nella terza categoria, quella riservata ai dispositivi che proteggono da rischi di morte o danni gravi e permanenti.
Ne deriva un obbligo di formazione specifica, che non ammette scorciatoie. Un autorespiratore affidato a chi non sa usarlo, di fatto, non protegge nessuno.
Per un quadro completo, dalle definizioni degli ambienti agli obblighi del datore di lavoro, conviene consultare la guida dedicata alla normativa per ambienti confinati redatta dagli esperti di Pegaso Anticaduta, azienda leader del settore con numerosi anni di esperienza alle spalle.
Come si scelgono i dispositivi
È probabilmente la parte che viene sottovalutata più spesso. Scegliere un DPI non vuol dire comprare il modello certificato più costoso.
Serve incrociare tre cose: il tipo di pericolo, le condizioni in cui si lavora e le caratteristiche fisiche di chi indosserà il dispositivo.
Un DPI sbagliato può essere inutile, o addirittura peggiorare le cose. Un autorespiratore troppo ingombrante che blocca l’uscita, un casco incompatibile con la maschera, un filtro certificato per un agente diverso da quello presente: sono errori che possono costare la vita.
I criteri da tenere sempre a mente sono questi:
Che tipo di sostanza pericolosa c’è. Con gas tossici serve un respiratore con filtro specifico per quella sostanza. Ma se manca ossigeno il filtro non serve a niente: depura l’aria, non la produce. In quel caso serve un autorespiratore isolante o un sistema ad aria compressa con linea esterna.
Quanto durerà il lavoro. Per interventi lunghi i sistemi con linea esterna garantiscono un’autonomia che i dispositivi portatili non possono dare. Le bombole, infatti, durano pochi minuti.
Com’è fatto lo spazio. Dove gli accessi sono stretti, l’attrezzatura deve permettere il passaggio senza rallentare un’eventuale evacuazione. Imbracature, caschi e autorespiratori vanno verificati sulle dimensioni reali del varco.
Il rischio di caduta. Se lo spazio si sviluppa in verticale o presenta dislivelli, l’imbracatura anticaduta EN 361 collegata a un dispositivo di recupero esterno diventa obbligatoria. Spesso il recupero dall’alto è l’unico modo per tirare fuori un operatore svenuto.
La compatibilità tra i dispositivi. Ogni pezzo deve funzionare senza intralciare gli altri. Il casco con visiera deve andare d’accordo con il respiratore, e l’imbracatura non deve limitare la maschera.
Il controllo dell’integrità e della corretta vestizione va fatto prima di ogni accesso, annotando l’esito nel registro operativo. Non è un controllo periodico. È una cosa da rifare a ogni singolo ingresso.
La protezione delle vie respiratorie viene prima di tutto
Tra tutti i dispositivi, quello che incide di più sulla sopravvivenza è la protezione delle vie respiratorie.
La maggior parte degli incidenti mortali, infatti, nasce dall’aria: asfissia per mancanza di ossigeno, intossicazione acuta o esplosioni dovute a gas infiammabili.
Qui si fa spesso confusione, e può essere pericoloso: la differenza tra maschere filtranti e autorespiratori.
La semimaschera con filtro pulisce l’aria già presente nell’ambiente. Se manca ossigeno o la contaminazione è alta, offre una protezione solo apparente.
L’autorespiratore EN 137 a circuito aperto, invece, eroga aria da una fonte indipendente. È la scelta obbligata quando l’atmosfera è, o potrebbe diventare, irrespirabile.
Un esempio aiuta a capire meglio. Pensiamo all’ispezione di un serbatoio che ha contenuto solventi. Anche dopo lo svuotamento, i residui possono continuare a rilasciare vapori. All’inizio un filtro potrebbe bastare, ma se durante il lavoro si liberano concentrazioni impreviste, chi è dentro resta senza margine.
Un sistema isolante quel margine lo mantiene. Per questo, nel dubbio, si sceglie sempre la soluzione più prudente.
DPI, monitoraggio e piani di soccorso vanno insieme
Resta un ultimo punto, forse il più importante. Nessun dispositivo, per quanto avanzato, sostituisce il controllo dell’aria e un piano di soccorso organizzato.
Pensare che l’attrezzatura giusta basti da sola a mettere al sicuro è un errore che si vede ancora troppo spesso.
Prima di ogni accesso serve una misurazione strumentale con rilevatore multigas: ossigeno, gas tossici e sostanze infiammabili, controllati a diverse altezze.
Molti gas si stratificano in base alla loro densità, quindi una sola misurazione all’imbocco dello spazio non dice la verità.
Durante il lavoro il monitoraggio deve continuare senza interruzioni, con allarmi acustici e visivi.
Accanto ai DPI ci sono i dispositivi di recupero: tripode, verricello e barella. A Casteldaccia proprio la mancanza di un presidio esterno organizzato, e il tentativo di soccorso improvvisato, hanno moltiplicato le vittime.
Il piano di emergenza deve prevedere il recupero dell’infortunato senza contare solo sull’arrivo dei soccorsi esterni, che potrebbero arrivare troppo tardi.
Un ruolo altrettanto importante ce l’ha la ventilazione. Il sistema di ventilazione forzata a pressione positiva immette aria pulita e diluisce le concentrazioni residue, ma va dimensionato sul volume dello spazio e sul tipo di contaminante.
Un calcolo sbagliato dà l’illusione di un ambiente bonificato che in realtà non lo è, con conseguenze che possono essere fatali.
Il fattore umano fa la differenza
Chiudiamo con una considerazione che gli incidenti degli ultimi anni continuano a confermare.
Le norme ci sono, gli strumenti esistono e sono certificati, eppure gli infortuni gravi non si
fermano. Il punto debole quasi mai è la tecnologia. È il modo in cui viene usata sul campo.
Avere il miglior autorespiratore sul mercato non serve a niente se poi viene indossato male, se si salta la misurazione preventiva o se si entra senza qualcuno che sorvegli dall’esterno.
La formazione prevista dall’Accordo Stato-Regioni del 17 aprile 2025, con la parte pratica obbligatoriamente in presenza, nasce proprio per questo: conoscere le procedure sulla carta non basta, bisogna averle provate davvero, tra discesa, soccorso e gestione dello stress.
Se gestisci lavori di questo tipo, un consiglio: dedica alla formazione la stessa attenzione che metti nell’acquistare le attrezzature. E costruisci un ambiente in cui ogni persona si senta libera di fermare il lavoro se nota qualcosa che non va.
Alla fine è questo, più di qualsiasi attrezzatura, a fare davvero la differenza.